Ceri mezzani nel solleone: tra cadute, folla e “follie”

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Una giornata appassionante che ha regalato emozioni dall’inizio alla fine in un susseguirsi di colpi di scena: come si addice all’età dei protagonisti, della festa dei Ceri mezzani, il secondo atto della tradizione eugubina vissuto stavolta in un clima estivo, a quasi 30 gradi, dopo lo scenario pre invernale del 15 maggio scorso. I ceraioli più giovani, dai 15 ai 24 anni, hanno ripercorso le tappe della Festa dei Ceri in una giornata scandita da orari e appuntamenti medesimi ma con il vigore e l’esuberanza dei ragazzi. E un finale incandescente, destinato a far discutere a lungo.

La giornata si era aperta con la sveglia dei tamburini, la santa messa e le sfilate prima di vedere i Ceri alzarsi in una Piazza Grande assolata e gremita e i ceri mezzani compiere un primo atto impeccabile, sotto la guida dei tre capodieci, Umberto Vispi per Sant’Ubaldo, Antonio Palazzari per San Giorgio e Alessio Baciotti per Sant’Antonio.

Nel pomeriggio una corsa rocambolesca: già nel primo tratto della Callata dei Neri il cero di San Giorgio cedeva poco prima del cambio de la Statua, Sant’Antonio, a pochi centimetri, riusciva ad evitare analogo destino con un recupero prodigioso. Nel secondo tratto toccava al cero di Sant’Ubaldo finire a terra nel tratto tra la curva di San Francesco e l’ex ospedale, seguito ancora da un San Giorgio che procedeva a ridosso e non riusciva ad evitare la seconda caduta. Il resto del percorso veniva poi coperto in modo impeccabile, in particolare per il cero di Sant’Antonio capace di arrivare in cima al monte senza incertezze. Ma proprio il finale riservava le emozioni più forti e discusse: perchè San Giorgio arrivava in cima al monte a brevissima distanza da Sant’Ubaldo e riusciva ad impedire la chiusura del portone, con una manovra ardita già vista il 15 maggio 2014. L’ingresso nel chiostro era da bagarre, ma non impediva ai sangiorgiari di celebrare l’impresa, Di contro i santubaldari non rialzavano il proprio cero, rinunciando a salutare il Patrono con gli altri, e si ritiravano in chiesa con un gesto incomprensibile ai più e probabilmente contro la stessa volontà dei ceraioli più giovani. Un epilogo amaro, destinato a far discutere per giorni a Gubbio, stigmatizzato anche dal cappellano dei Ceri, don Mirko Orsini che dall’altare della Basilica e poi nella Chiesetta dei Muratori al rientro dei santi, richiamava tutti a non perdere di vista il senso vero della Festa e il doveroso omaggio al Patrono. Monito del quale faticano a far tesoro non tanto i giovani, ma qualche adulto oggi più che mai ingombrante.