Femminicidio Papadia: Romita a processo, rigettata infermità

Femminicidio Papadia: Romita a processo, rigettata infermità

Rinvio a giudizio davanti alla Corte d’assise di Terni con l’accusa di omicidio volontario  per Nicola Gianluca Romita, che ha ammesso di aver strangolato la moglie, Laura Papadia lo scorso 26 marzo.  Lo ha stabilito il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale penale di Spoleto.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Romita avrebbe gettato a terra Laura durante un litigio (a quanto pare perché rifiutava l’idea di avere un figlio, come invece avrebbe voluto la compagna), per poi strangolarla prima con le mani e poi con un indumento.

Dopo il delitto, l’uomo chiamò la ex moglie, che si trovava in Sardegna, e fu proprio la donna a chiamare il 112 mentre Romita si recava al Ponte delle Torri minacciando il suicidio. Fu li che ritrovarono i carabinieri.

L’udienza preliminare, davanti al giudice dell’udienza preliminare Teresa Grano, è durata diverse ore.

Da un lato, la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale; dall’altro, la linea difensiva che puntava sulla totale incapacità di intendere e di volere al momento del delitto.

In aula, l’uomo ha reso dichiarazioni spontanee: ha parlato di “buco nero” riferendosi a quella mattina.

La difesa aveva presentato una doppia consulenza, psichiatrica e psicologica, dalla quale emergerebbe “l’infermità totale di Romita al momento del delitto”; ma questo approccio è stato rigettato dalla giudice Teresa Grano.

Dal canto suo, la parte civile, il padre e un fratello di Laura Papadia, rappresentati dall’avvocato Filippo Teglia, ha chiesto il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione; richiesta a cui il sostituto procuratore Alessandro Tana non si è opposto; ma anche questa richiesta è stata rigettata.

Oltre ai familiari della vittima, il giudice ha ammesso come parti civili l’associazione “Per Marta e per tutte” e il Comune di Spoleto.